PENSARE, SBAGLIARE, SCOPRIRE
UN PERCORSO DI FORMAZIONE A BARCELLONA
Laureano Lopez Martinez
All’inizio di Parigi non finisce mai (Barcellona, 1996), l’autore racconta di aver partecipato ad un concorso di imitatori di Hemingway. La scena non si svolge in un luogo qualsiasi, ma in uno di quei bar americani in cui il fumo sembra essersi impregnato nelle pareti e dove gli specchi riflettono volti segnati dall’ostinazione e dal fallimento. Appena varcata la soglia, appare evidente che il nostro presunto candidato è del tutto privo dell’aspetto robusto e temprato del vecchio maestro, di quello sguardo di uomo che è sopravvissuto alla guerra, all’alcol e a sé stesso. Per non parlare della pancia, della nonchalance o dell’atteggiamento di chi ha già visto tutto. Il protagonista si sente un intruso tra uomini dalla barba folta e camicie di lino sbottonate, come se tutti avessero trascorso anni a provare il proprio ruolo, mentre lui, con la sua aria da dandy erratico e la sua ironia velata, sembra condannato all’oblio prima ancora di finire il suo bicchiere di Scotch. Il patetismo di questa scena mi è sempre sembrato nascondere una forma di grandezza, tipica dei progetti incompiuti. Inoltre, invitava a rompere con i cliché che, appena terminato il liceo, assalivano le mie paure riguardo al futuro.
