EREDITARE BRUNO LATOUR

Per l’Emilio di Rousseau il primo decennio di vita è il momento della “ragione sensibile”. Una ragione che non ragiona ancora, che non conosce giudizi né astrazioni, ma si forma a contatto con il mondo, scoprendolo via via e affinando al contempo i propri sensi. Non si tratta di diventare colti, indottrinati, o, peggio, scaltri, ma di rendersi giudiziosi e sensati. Saper guardare il mondo, prenderne le misure e muovercisi dentro con curiosità e profitto. Con questo numero, InCircolo compie dieci anni. Grazie all’intelligenza dei suoi creatori, dei suoi redattori, dei suoi autori la rivista non ha mai smesso di rendersi “giudiziosa”, di aprire gli occhi al mondo, di affinare la sua capacità di cogliere quello che succede, che è successo, e pure, qualche volta, quello che succederà.

La “Questione filosofica” dedicata da Christian Frigerio e Camilla Zani a “Come ereditare da Bruno Latour?” ne è un ottimo esempio. Non “cosa” ereditare da un pensatore a tutto tondo che ha segnato la storia dell’antropologia, delle scienze, della filosofia e dell’ecologia del secondo Novecento. Ma “come ereditare” – e cioè come farsi carico delle sue domande e delle sue ipotesi. A differenza delle colpe o dei tratti genetici, le eredità si possono accettare ma anche rifiutare, far germogliare o lasciar che restino sterili. La sfida è grande, tanto più che il pensiero di Latour ha intrecciato ecologia, antropologia e riflessione sul ruolo della tecnica in un nesso che ci risulta ogni giorno più essenziale e critico.

I contributi della sezione “Laboratorio” prolungano in maniera inattesa la riflessione di Latour, invitandoci a pensare il luogo proprio dell’umano nell’ibridazione tra natura e cultura. In “Abitare il tempo e la storia. Han, Eliade e De Martino sulla ‘scomparsa dei riti’” Enrico Moncado fa dialogare due grandi intellettuali fuori canone del secolo scorso e una voce attuale molto ascoltata per ritornare sul tema del mito. Meglio: sul bisogno di miti non tanto come narrazioni identitarie, ma come tecnologie di gestione della crisi che è strutturale per l’uomo. E i miti sono tali solo se i riti li incarnano e li rendono, con la loro astrattezza, il luogo di accesso a una uscita dalla storicità dell’esistere. Al polo opposto rispetto a quello della crisi si situa Paolo Bonato con “Bastare a se stessi e non mancare di nulla. Note intorno al concetto di autarkeia nell’Etica Nicomachea”. La ricognizione attorno ai sensi che Aristotele assegna alla nozione di autarchia permette infatti di mettere in luce la ragione ultima del privilegio accordato alla theoria su ogni altra attività umana – e cioè il fatto di essere autotelica, di trovare in sé la sua ragione e il suo fine. Il sapiente non può escludersi dal mondo ma può consacrarsi a una attività il cui piacere non dipende in nulla dalle circostanze del mondo. Ma è legittimo figurarci questa autarchia come un perfetto ritorno circolare su se stessi? Ivan Saracino ne dubita e ci invita a complicare le analogie geometriche nel suo contributo su “La struttura frattale della Scienza della logica. Autosimilarità e circolarità nel sistema hegeliano”. Malgrado l’astrattezza del procedere concettuale delle sue opere, Hegel è un grande pensatore per figure ed è quindi più che benvenuta l’applicazione di modelli matematici inediti per rendere visibile il movimento del suo pensiero. Conclude la sezione il contributo di Matteo Mollisi intitolato “The Early Stone Age in Us and its Dialectic. Christoph Türcke’s Mental Archaeology”. Anche se ancora troppo poco nota, la filosofia di Türcke rappresenta una sintesi inedita che fa convergere gli esiti della teoria critica, la psicoanalisi freudiana e una “archeologia mentale” che combina speculazione ed evidenze scientifiche. Ancora una volta il tema è quello dei meccanismi che sono responsabili delle specifiche capacità cognitive e culturali dell’homo sapiens. E ancora una volta l’antropogenesi, la storia dell’umanità dell’uomo. risulta inscindibile dalla storia del mondo in cui agisce e delle tecniche che gli permettono di interpretarlo.

Per la sezione “Intersezioni” il testo di Vinicio Busacchi intitolato “Sull’effetto struggente della Norma” rappresenta un interessante saggio inteso a mettere in pratica un esercizio filosofico al di là delle sue consuete frontiere, in questo caso applicato ad un’opera, per l’occasione la pregevole Norma di Vincenzo Bellini del 1831. L’autore adotta per questa finalità l’ermeneutica critica di Paul Ricoeur supportata dalla teoria della tragedia presente nella Poetica di Aristotele. Egli fa riferimento in prima istanza al ricco carteggio, testimonianza di una stretta collaborazione tra Bellini ed il librettista Felice Raimondi, in favore di uno stretto connubio tra parola e musica prodotto in quest’opera. L’approccio interpretativo ricoeuriano consente di cogliere con una sensibilità critica raffinata il valore artistico che consegue da questa unità compositiva di una narrazione spiccatamente tragico-romantica. Norma assume pertanto il carattere sublime della tragedia di purificazione attraverso dolore e colpa, come l’approccio ermeneutico evidenzia.

Per la sezione “Culture” Beniamino Ravera presenta “Una chiave di lettura per la tradizione cinese. Guardare in tianxia a partire dal tianxia”. Egli studia con attenzione e profondità questo termine elaborato in corrispondenza del contesto originario della unificazione della Cina operata dalla dinastia Zhou (XI-III secolo a.C.) per coglierne le successive variazioni nel corso del tempo in quanto importante tassello semantico della “sinicità” cinese. Si cita il libro del filosofo di teoria politica Zhao Tingyang Sotto il cielo. Tianxia un antico sistema per un mondo futuro che rappresenta una sorta di cartina di tornasole delle molteplici sfaccettature assunte al termine nel passato alla volta di un proficuo recupero valido per la sua attualità universalistica. Ne viene che, nella varietà delle interpretazioni, la ossatura discorsiva del tianxia costituitasi dalla sua primaria origine confuciana rimane ancora un riferimento pregnante della cultura cinese contemporanea.

La sezione “Corrispondenze” è caratterizzata dalla corrispondenza di Alexey Zhavoronkov intitolata “Riflessioni al crocevia culturale: l’insegnamento della filosofia in Malesia”, intesa a descrivere la specificità della realtà culturale della Malesia, la quale vive sia degli incroci tra differenti tradizioni di pensiero orientale che degli influssi di provenienza occidentali. Il paese vede una recente fioritura di insegnamento nell’università della filosofia in rapporto alle scienze sociali. L’aggiornamento è nei contenuti e nei modi: la filosofia è aperta ai problemi della contemporaneità e lo stile di discussione – in generale in lingua inglese – si richiama allo stile anglo-americano. Si tratta di prendere atto che la filosofia nel nostro tempo della globalizzazione si sta diffondendo ed assumendo un ruolo significativo in parti del mondo una volta trascurate e, per lo più, ignorate. Si apre una nuova stagione di approcci pluralistici della filosofia in cui gli steccati del passato progressivamente vengono meno.

Nella sezione “Pratiche filosofiche” Matteo Canevari offre nel suo contributo dal titolo “Gruppo di Ricerca Filosofica Chora: la magia della filosofia” la documentazione di una pratica di diffusione filosofica territoriale di grande interesse e rilievo avente come base la città di Voghera, con una progressiva espansione verso altri significativi centri di incontro, lo sviluppo di una fitta rete di relazioni con Università e filosofi a livello nazionale e l’avvio di una serie di pubblicazioni. Il Gruppo Chora è un esempio prezioso di come si possa produrre iniziativa di alto livello nel campo filosofico per un pubblico appartenente ad una realtà locale capace di diventare attrattiva anche al di fuori di essa grazie alle qualità e all’impegno dei suoi promotori.

La sezione “Letture ed eventi” contiene un’ampia serie di contributi: Gianni Trimarchi su Vita vitalis. Spinoza e gli esercizi di ortopatia di Cristina Zaltieri; Sabrina Peron su La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza di Étienne Balibar; Matteo Maria Buzzetti su Ipnocrazia di Jangwei Xun; Giulia Carminati su Noam Chomsky. Un intellettuale tra linguistica e politica di Giorgio Graffi; Anna Cavigioli su Thomas Hobbes di Pierre Bayle; Giovanni Arrigoni su L’aurora inapparente. Upanishad, Bruno e Böhme nella metafisica giovanile di Giorgio Colli di Ludovica Boi.

Chiude la sezione “Contributi speciali” a proposito del decimo anniversario della fondazione di questa rivista. In riferimento a ciò abbiamo richiesto per questo numero 20 una sorta di Festschrift ad alcuni filosofi italiani nostri referenti, proponendo di offrirci qualche spunto tematico a loro caro da assumere in futuro come eventuali possibili contributi. Abbiamo ricevuto i seguenti testi:

  • Francesca Brezzi (Università di Roma 3): Pensando insieme
  • Rossella Fabbrichesi (Università degli Studi di Milano): Le riviste di filosofia come luoghi di resistenza
  • Giuseppe Fornari (Università di Verona): Intelligenza artificiale o intelligenza umana?
  • Fabio Minazzi (Università dell’Insubria): Rimettere in circolo l’euristica trascendentalistica?
  • Gaspare Polizzi (Università di Pisa): Michel Serres e Bruno Latour, verso un nuovo umanismo
  • Gabriele Scaramuzza (Università degli Studi di Milano): Letture come proposte

La Direzione e la Redazione di InCircolo esprimono il più vivo ringraziamento per la generosità dei presenti giudizi nei nostri confronti e la disponibilità delle loro proposte tematiche a noi affidate.

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