REALTÀ, VERITÀ, INTERPRETAZIONI

Tra le attività dei filosofi, oltre a costruire teorie più o meno inverosimili, c’è anche quella di elaborare metafore. E in particolare metafore per la conoscenza. Tutti conosciamo, o, più banalmente, abbiamo una qualche forma di commercio con il mondo che ci sta attorno. Ma dire come conosciamo non è facile, perché significa proporre una conoscenza della conoscenza stessa. E così siamo subito finiti nella trappola di un cattivo infinito, da cui potremmo uscire solo tirandoci fuori dall’acqua per i capelli, come il barone di Munchausen. Ecco allora che le metafore ci vengono
in aiuto. La metafora ci mostra indirettamente, con una immagine, quello in cui siamo già da sempre iscritti. Conoscere è come uscire da una caverna e progredire verso gradi sempre più distinti di lucentezza. Conoscere è come andare verso le cose stesse, incontrandole nel modo in cui esse si danno. Conoscere è come stringere in pugno una cosa, tenendola stretta e facendola propria. Oppure conoscere è come avere a che
fare con delle prospettive. Il che vuol dire che conosciamo in virtù di una triangolazione di “realtà, verità, interpretazioni”.

La “Questione filosofica” che apre questo numero, curata da Alberto de Vita, mette al centro precisamente questa metafora e questa triangolazione. Cosa significa che il nostro rapporto alla verità è di tipo prospettico? E che cosa ci dice questa metafora sul nostro modo di concepire la conoscenza come accesso al reale? I contributi raccolti nella “Questione filosofica” declinano questi interrogativi in maniera molto articolata, prendendo come “stella polare” il pensiero di Nietzsche e rintracciandone la posterità e le riprese da parte di autori differenti e più o meno noti (da Foucault, Vattimo e Deleuze a Bradley, Whitehead e Latour). Non vogliamo togliere al lettore il piacere di scoprire le metamorfosi del prospettivismo, leggendo i testi raccolti nella sezione, ma è forse bene anticipare, senza svelare troppo, almeno due risultati.

Il primo: parlare di prospettiva significa sempre credere in un punto di fuga. Si possono moltiplicare i punti di vista, si può diventare come Argo dai mille occhi – e cioè, fuor di metafora: si può frantumare la verità in un numero infinito di interpretazioni, riconoscerla come irriducibile a un colore unico, ma infinitamente screziata. Eppure, la prospettiva spera sempre che ci sia qualcosa da vedere, un punto di fuga, parziale, soggettivo, discutibile, magari pregiudiziale, ma che ci dica che vale la pena di interrogarsi sulla verità. Un bisogno (forse patologico) di verità, come dice Nietzsche. Secondo risultato dell’inchiesta condotta dalla “Questione filosofica” di questo numero: il prospettivismo invita a pensare altre metafore, inedite, della conoscenza. E visto che il curatore della sezione, Alberto de Vita, apre la sua presentazione con citazione poetica, gli si può fare eco con un’altra poesia:

assomiglia a ciò che pensiamo essere la conoscenza:
buia, salata, chiara, mobile, assolutamente libera,
sgorgante dalla bocca fredda e dura
dal mondo, estratta dalle mammelle rocciose
incessantemente, sempre che scorre ed è trascinata via, e poiché
la nostra conoscenza è storica, anch’essa in corsa e già trascorsa.
(Elizabeth Bishop, At the Fishhouses)

I due testi presenti nella sezione “Laboratorio” affrontano lo stessa tema, sia pure da prospettive assai differenti ma non divergenti: la questione del male.

Apre Simonetta Orlandini con Note sull’idea del male nella quarta parte dell’Etica di Spinoza, a partire dal riferimento sul male da considerare fondante l’idea asseverata da Spinoza, ovvero la proposizione 64 che suona così: «La conoscenza del male è conoscenza inadeguata». Con ciò non va né negata né trascurata la profonda incisività della potenza dei moti dell’animo ma si tratta di selezionarne la direzione sotto la regia affidata alla virtù causativa della ragione appartenente alla postura dell’uomo saggio. Dalla ragione promana intelligenza, che è in-tendere, appropriarsi dell’intenzione che avvia il percorso di una buona vita. Molla vibrante e feconda di questo avviamento è il conatus: vocazione di conservazione e potenziamento di sé, coinvolgente il corpomente nella sua totalità per la comprensione del vero bene. Ciò comporta un esercizio conforme al proprio ethos, assume lo stile di una meditatio caratterizzante l’approccio filosofico espresso in una pratica della buona vita. Ne viene che il bene che si persegue per sé lo si appetisce anche per gli altri. L’esito di questa askesis è felicità perché è acquisizione di libertà.

Dal canto loro, Cecilia Morello e Luciano Sesta con Cecità etica e coscienza morale. Una rilettura pedagogica approntano un percorso che evidenzia aspetti peculiari della esperienza del male con riferimenti alla nostra contemporaneità e ai modi per rielaborarla e oltrepassarla mediante una pedagogia pertinente. Ispirandosi al romanzo Cecità di Saramago, gli autori sottolineano l’indifferenza etica che produce una sorta
di cecità, la mancata avvertenza dell’opposizione tra bene e male, che arriva fino all’eccesso del vizioso consueto alla pratica del male al punto da assumerlo come bene. La rilettura dell’inferno di Auschwitz dello sconsolato Primo Levi in Sommersi e salvati indica il culmine della tragedia nella “zona grigia” che finisce per associare carnefici e aguzzini allo stesso modo. Ne viene la necessità di una emergenza educativa basata non tanto su un giudizio sanzionatorio e repressivo, ma offrire ai giovani un manuale di istruzione verso etiche responsabili nella costruzione di una eudaimonia.

Vale a questo punto sottolineare la singolare coincidenza – di certo non concordata – per cui i due contributi raccolti in “Laboratorio” si chiudano prospettando un orizzonte di felicità.

La sezione “Culture” si avvale di un interessante contributo di Maria Angelillo, Unità e differenza nell’esperienza letteraria indiana, che sottolinea le differenze culturali che caratterizzano questo immenso paese nella nostra epoca. I sostenitori della possibilità di ipotizzare una fondamentale unità culturale e letteraria indiana sottolineano la permanenza nelle sue diverse tradizioni letterarie, dei medesimi personaggi letterari e di ricorrenti contenuti narrativi propri dei due grandi poemi epici della letteratura sanscrita, il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa. Agli inizi degli anni ’50 sia gli intellettuali che il grande leader carismatico di quegli anni, Jawaharlal Nehru, hanno parlato di una unica cultura panindiana in tante lingue differenti. L’esigenza di sottolineare unità culturale a supporto della travagliata unità politica appena conquistata era evidente e condivisibile. L’autrice afferma che a quasi 80 anni da allora prevalgono gli indizi che valorizzano lingue e temi a testimonianza della ricchezza e della varietà delle differenti tradizioni regionali sul piano letterario e culturale.

La sezione “Intersezioni” presenta Benjamin, appunti sulla Moda: cercando di comporre figure da frammenti sparsi di Josella Greco, testo che si aggiunge a quello del numero 17 relativo ai Passages di Benjamin, ma qui si focalizza su un tema specifico: la moda parigina ai primi del ’900. Sono notazioni assai sparse – corredate da una serie di belle immagini d’epoca – senza nessuna intenzione sistematica, anche se la Greco azzarda un fil rouge sottostante i frammenti sparsi, ovvero i suoi estremi più radicali: la frivolezza e la morte. Entro il cerchio di queste due polarità abbondano spunti di vario genere, annotazioni e domande in sospeso: la sua ritualità in quanto feticcio-merce, la connessione di bellezza pura e seduzione allettante, la consuetudine di imitare da parte dei ceti umili il vestiario delle classi superiori, il passaggio dalle crinoline a gonne più comode. Non manca un riferimento politico a proposito dell’utopistico romanzo filosofico Il Viaggio in Icaria di Etienne Cabet, dove Benjamin apprezza che lì sia bandito ogni lusso connesso alla moda. L’autrice chiude con una frase fulminante di una delle tante pagine dei Passages: «Le mode compensano gli effetti fatali della dimenticanza. Quanto più un’epoca è effimera, tanto più si orienta secondo la moda». A dire l’ineguagliabile capacità di Benjamin di sondare la società nella massima varietà di aspetti e trarne spiazzanti riflessioni di spessore filosofico.

Nella sezione “Corrispondenze”, Laureano Lopez ci offre un panorama dell’insegnamento della filosofia in Spagna. Partendo dalla propria personale esperienza, prima di studente, poi di studioso, Lopez ricostruisce la geografia accademica e culturale del dibattito filosofico spagnolo: un contesto che, benché molto vicino e storicamente affine a quello italiano, ci risulta spesso poco noto. Lopez isola con efficacia le specificità della sua formazione all’Università di Barcellona ma coglie anche l’occasione per alcune riflessioni più ampie sullo statuto della filosofia in Spagna, che definisce acutamente “una tradizione senza stato né territorio”.

La sezione “Pratiche filosofiche” offre un contributo di Maria Regina Brioschi, che in certo senso ricalca il titolo della stessa sezione, Il sé tra senso comune, abiti e algoritmi: laboratorio di filosofia in pratica e fa riferimento ad una esperienza innovativa realizzata dalla Università Statale di Milano con alcune classi delle scuole superiori. Si è trattato di mettere in atto momenti di riflessione personale e di discussione comune
degli studenti su esperienze di vita concreta sulle quali sono direttamente coinvolti passando al vaglio critico da esercizio filosofico opinioni precostituite e comportamenti abituali pregressi. La conduttrice ha assunto il ruolo di facilitazione dei tre moduli in cui si è sviluppata l’attività: un sondaggio tematico individuale su vissuti personali, l’articolazione in sottogruppi su temi specifici, la presentazione degli esiti dei singoli sottogruppi al gruppo-classe in una seduta di discussione comune. Interessante notare che le conclusioni raggiunte sono state difformi dalle opinioni prevalenti nelle ricerche delle statistiche nazionali a proposito dei temi affrontati nel corso del laboratorio, da cui l’auspicio di ripetere e allargare questa esperienza.

La sezione “Letture ed eventi” riguarda in questo numero solo recensioni, ma con l’auspicio di pubblicazione nei prossimi numeri di resoconti su eventi (dibattiti, convegni e giornate di studio), e contiene i seguenti contributi: Danilo Di Matteo su La vita delle piante. Metafisica della mescolanza di Emanuele Coccia; Gianfranco Cordi su Istituzione di Roberto Esposito; Martina Lodi su Tolleranza, intolleranza, intollerabile di Paul Ricoeur; Federico Nicolosi su De scriptura. Dolore e salvezza in Proust di Enrico Palma; Elia Pilotto su Ci ha Dio. In dialogo con Jean-Luc Marion di Paolo Marino Cattorini; Gianni Trimarchi su Vita e potenza. Marco Aurelio, Spinoza, Nietzsche di Rossella Fabbrichesi.

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